Siamo ciò che mangiamo e Scegliamo!

Ci siamo mai chiesti quanto siamo liberi nella scelta di ciò che mangiamo?

Un articolo scritto qualche tempo fa in collaborazione con un grande ricercatore della qualità, Alfio Visalli del quale ho condiviso pensieri e azioni.

Ogni giorno ed in ogni momento in cui ci accingiamo a scegliere gli ingredienti che faranno parte della nostra dispensa, in questo caso casalinga ci illudiamo di scegliere ciò che ci piace ma fondamentalmente non è così, perché al pari di ogni altra azione anche il nutrirsi è frutto di condizioni di tempo, culturali, luogo, di etica ed economiche.

Incastrati in una vera dittatura alimentare


Viviamo incatenati ed incastrati in una vera dittatura alimentare imposta dai Grandi che scelgono per noi e senza di noi, i quali non hanno altro che distrutto la libertà di crescere e di nutrirsi in modo sano partendo proprio da ciò che finisce nelle nostre tavole ogni giorno, o al ristorante. Tale dittatura fondamentalmente non è altro che l’effetto delle scelte compiute nel corso degli anni da tutta la classe dei consumatori finali i quali inconsapevoli degli effetti devastanti hanno creato un vero effetto boomerang, screditando le produzioni della vera qualità in favore dei prodotti marchetizzati.

A fronte di ciò, oggi se dovessi decidere di realizzare un’attività ristorativa come spesso ho desiderato, ammetto che vivrei serie e dure difficoltà perché il mio sentirmi cuoco con o senza ospiti, si scontrerebbe con la figura idealizzata in questi anni soprattutto attraverso i messaggi che la comunicazione ogni giorno veicola.

Mi sento cuoco fuori e dentro una cucina, con o senza il gourmet per il semplice fatto di voler fare stare bene chi accolgo nella mia tavola onorando nel modo più serio che si possa immaginare la loro scelta di affidarsi.

Fiducia e rispetto


Fiducia e rispetto sono questi i due sentimenti preponderanti in cucina e che inevitabilmente manifesto nelle mie pietanze, semplici si ma mai autarchiche. È proprio in quella tavola che desidero tutelare quel produttore dall’annichilamento che da anni lo schiaccia e lo demoralizza.

E allora concludo auspicando che il cuoco, il cuciniere come dir si voglia torni a quelle vesti umili che la storia ricorda, senza condizioni di luogo o di denaro, partendo dal semplice assunto che una giacca bianca pesa più di quanto si possa oggi facilmente immaginare.

Quel tocco e quella giacca sono responsabilità e fiducia e con tali principi devono essere indossati, sempre.

Oggi aggiungo: tutto questo avvicendarsi di evoluzioni digitali, food marketing e grandi occasioni siamo sicuri ci stia portando verso una realtà più sicura?

A voi le considerazioni

Roberta Romano

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